martedì, giugno 30, 2009

Le pesche della rimembranza.

C'erano estati lunghe e calde, pigre e piene di sole, che si fondevano in un unico tempo liquido, senza fine, in cui passavi i pomeriggi ad ascoltare i grilli in giardino o ad osservare a che velocità l'acqua evaporasse sugli scalini di casa sotto la vampa delle due.

Mi risuona ancora nelle orecchie il tintinnio dei bicchieri del dopo-pranzo al mare, fra parenti e amici. Il tavolo dei bambini, la cugina grande ammessa dove si beve vino e si parla di cose "da adulti", fra risate e battute, il gran sonno della digestione, l'odore del pesce, quello buono, fresco, che non si trova in città; sono ricordi che affiorano a poco a poco.

Mi gusto questa pesca succosa, la prima della stagione che possa chiamare con questo nome, la prima vera pesca con il sapore di pesca che posso dire di aver mangiato da diversi anni a questa parte.

Dolce, croccante, la polpa si stacca dl nocciolo senza che io perda una goccia di succo. Il gusto pieno, che riempie la lingua, invoglia a staccare un gran morso, a riempirsi la bocca. Mi manca qualcosa, un sapore complementare che all'inizio non riesco ad identificare, un sapore antico, che mi catapulta indietro nel tempo, seduta a quel tavolo: la mia prima pesca col vino.

Rivedo tutto con lo specchio deformato dell'infanzia. Un bicchiere, grande, anzi, enorme. Una pesca gigantesca tagliata a pezzi grossolani. Un dito di vino rosso, odoroso, forte, portato da casa, vino del contadino che tinge il vetro di vermiglio. Acqua gelata fino all'orlo, che trabocca, vela il bicchiere di condensa, goccioline che scendono giù e che mi diverto a toccare e ad unire in minuscoli rivoli. Uno stuzicadenti.

La felicità è tutta qui: nel profumo di pesca e vino, nel loro sapore dolce e asprigno, nel freddo dell'acqua, nella consistenza morbida degli spicchi, la testa che gira per il caldo e quel poco di tasso alcolico a cui non sono abituata. Bevo e mangio. La buccia si stacca dalla polpa e rimane sull'orlo del bicchiere. Ho quasi finito tutto, rimane qualche goccia di liquido e l'ultimo pezzo troppo maturo, che mi si appiccica alle dita ma è più dolce e saporito di tutti gli altri.

Ho dato l'ultimo morso e adesso non mi rimane che il nocciolo, nudo.

Grazie.

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mercoledì, giugno 03, 2009

Ah, beh: niente di nuovo, tutto sommato.

Mi sa che ho fatto un lievissima figura di m...

Tramite facebook, però. Son soddisfazioni: pure le gaffes virtuali, ora. Quelle reali non mi bastavano più.

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mercoledì, maggio 20, 2009
La vita talvolta ha strade misteriose per le quali riesce a ripagarti di un grande dolore sostituendolo con una grande gioia.
postato da: LaPiccolaFiammiferaia alle ore 14:34 | Permalink | commenti (4)
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venerdì, aprile 10, 2009

Mi sono ritrovata nella tasca dei jeans uno scontrino. Di farmacia, per l'esattezza. E sono sbiancata. E mi sono sentita piccina piccina, sperduta, sola.

E' successo l'ultima domenica che eri a casa, babbo. Parlavi ancora, eri disteso sul letto e le afte non ti davano tregua. Mi sono precipitata nella prima farmacia di guardia aperta. Per comprare del miele rosato. Avrei camminato sui tizzoni ardenti quella domenica. Attraversato un deserto. Fatto ore di fila in piedi, sotto un acquazzone. Per te. Se fosse servito. Mi illudevo ancora che potesse servire. Almeno a recarti un sollievo momentaneo.

Adesso che ci penso, è stata la tua ultima domenica. Hai chiuso la settimana e tutto il resto di sabato, lasciandoti il giorno di festa per riposare, finalmente.

A volte a casa non ti facevi toccare. Eri infastidito. Domandavo il permesso. Posso toccarti? Posso baciarti? Non sai quanto mi costav, ma era doveroso chiedere e rispettare il tuo desiderio del momento. Solo al Pippi è stato permesso di infrangere le regole e abbracciarti stretto l'ultima volta che ti ha visto. Senza particolari richieste, in uno dei suoi slanci imprevedibili, si è avvicinato al letto, è salito su e ti si è steso sopra a pelle di leopardo, con la guancia sulla tua guancia. E' stato il suo modo di baciarti, e sorrido perchè sei stato fortunato: a noi, qualche volta, somministra sonore capocciate.

In ospedale no, non hai avuto difese. Ti ho accarezzato le mani quanto ho potuto, il viso, i capelli, toccato le spalle, sistemato le lenzuola e la maglietta. Potrei descriverti tutti i calli, le ruvidità, i tagli che avevi. Tutti i lividi lasciati dalle iniezioni e dagli aghi delle flebo. Le macchie sul dorso delle mani, il colore del tuo viso, tutte spie adesso inutilmente evidenti della tua malattia.

Mi hai chiamata amore, da quel letto, ed eri cosciente. Vederlo scritto fa malissimo al cuore, perchè è stata la prima ed unica volta che te l'ho sentito dire, e questo lo rende un ricordo più prezioso di mille diamanti. Come quando, appena sposata, mi dicesti che sarebbe stato tutto diverso quando fossi tornata a casa: perchè non ero più tua. E da quell'espressione, se vogliamo, arcaica e forse maschilista - tu che maschilista non sei riuscito ad esserlo mai, con quattro donne intorno, benchè tentassi una parvenza di pugno di ferro - capii quanto doveva esserti costato lasciarmi andare per la mia strada. E di come fossi, sempre, la tua bambina.

Adesso non posso telefonarti ad ogni ora per chiederti consiglio, non posso venire a cercarti nell'orto dietro al garage, non posso discutere con te e sentirti sbottare che con me non ci parli più perchè sono troppo brava a confonderti le idee coi miei ragionamenti, non posso abbracciarti e baciarti, vederti giocare con Pippi, camminare intorno casa, lamentarti dei cento scalini per arrivare da me - e che pure hai fatto mille volte per montarmi le tende e quant'altro.

Adesso ci lasci sole. Questo è quello che sento: un'immensa solitudine che sale come un'onda e mi lascia senza fiato. Un vuoto - che scontata retorica! - incolmabile. Letteralmente. Il tuo cellulare, i tuoi occhiali, i cacciavite, le chiavi della macchina. La sedia davanti alla porticina dell'orto. La tua macchina fotografica. Tutto fa male, perchè tutto rimanda a te.

Mi dicono che passerà e così sarà, sicuramente. Verrà il giorno in cui ti penserò senza aver voglia di piangere e sarò in grado di parlare di te e delle tue abitudini sorridendo.

Adesso no, adesso no. Fate passare quest'onda, fatemi inghiottire, voglio affogare e toccare il fondo, voglio dondolarmi avanti e indietro e ululare e gridare e piangere che non è giusto che non è vero che non va bene, che è stato tutto uno sbaglio e adesso, per favore, qualcuno si muove e mi ridà indietro il mio babbo, come era prima, come era quattro mesi fa, quando stava bene ed era solo un po' affaticato; e noi dimentichiamo tutto, come se non fosse mai successo. E' stato solo un po' di spavento, ma tutto si risolverà per il meglio.

Questo vorrei che qualcuno mi dicesse, per favore. Che è stato uno scherzo. Che tu stai bene, babbo. Che torni a casa. Che ci siamo immaginati tutto.

Dio, perchè hai voluto prendere proprio lui?

 

 

 

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martedì, marzo 24, 2009
C'era una volta una bambina che da grande voleva diventare come il suo babbo, che era grande, forte, giovane e biondo.

Il babbo non era molto convinto che la bambina dovesse imparare tutto quello che lui aveva da insegnargli, perchè erano cose da maschi, cose in cui si maneggiavano attrezzi, a volte anche pericolosi. Ma la bambina voleva così intensamente somigliargli ed avere la sua approvazione, che si sarebbe ammaccata tutti e due i pollici con un martello, per riuscirci, o avrebbe infilato il naso nella presa della corrente.

Il babbo aveva un motorino rumoroso e svaporone, che usava per andare a pesca e a giro per la loro minuscola città. A volte la faceva salire davanti, appoggiata in punta in punta al sellino e con le mani ben strette al manubrio, e la scarrozzava su e giù per la loro via.

Alla bambina piaceva molto il vento nei capelli e in viso e poi se si appoggiava con la schiena, sentiva che il suo babbo dietro la sorreggeva. A volte non avrebbe mai smesso di chiedere "ancora! ancora!" e di passare veloce davanti ai portoni dei vicini di casa, le macchine parcheggiate, le persone che passeggiavano. E questo solo per sentire il maglione del babbo che le strofinava la schiena.

Un giorno che il babbo trafficava con filo di stagno e saldatrice, lei si avvicinò, prese il coraggio a due mani - perchè del suo babbo aveva un po' timore, alto com'era - e gli chiese di insegnarle come si faceva. Lui rise e la mandò via senza una spiegazione.

La bambina senti un piccolo spillo nel cuore, provò ad insistere e finì col diventare petulante, come sempre le accadeva quando voleva davvero una cosa e non si rassegnava a non averla. Il babbo si arrabbiò e le chiuse la porta davanti. Lo spillo nel cuore diventò un piccolo sassolino e fu come se il babbo dietro alla porta improvvisamente fosse distante anni luce. Non capiva. Perchè lei somigliava al suo babbo, ed era naturale che volesse fare tutto quello che faceva lui.

Più tardi, da grande, la bambina capì che gli adulti spesso si comportano in modo incomprensibile: sono stanchi, o arrabbiati per le loro faccende, e non fanno caso al tono di voce o alle parole che usano con i più piccoli.

Così la bambina andò nella sua stanza, aprì la finestra e prese un palloncino, se lo legò al polso e volò via. Ogni tanto osservava casa dall'alto e il suo babbo che lavorava o mangiava o leggeva: ma mai, mai più tentò di avvicinarsi quel tanto che bastava per farsi spiegare qualcosa.

Però guardava, ed imparava ugualmente; e se le parole non appartenevano al mondo del suo babbo, gli appartenevano le azioni e di queste poteva appropriarsi quanto voleva e mandarle a memoria e usarle quando aveva bisogno.

E alla fine, quando divenne grande e pesante e il palloncino piano piano la riportò giù, vicino al suo babbo, non ci fu il peso delle parole non dette, ma la gratitudine degli esempi seminati. E la bambina, ormai donna, potè riavvicinarsi al suo babbo in pace con se' stessa e con la persona che era diventata, anche grazie a lui.
 
 
 
Sabato 21 marzo è morto il mio babbo. Aveva compiuto da poco sessantacinque anni. Era alto, biondo, grande e forte. Non c'era nulla che non potesse fare, niente al mondo che non potesse riuscire a riparare, costruire, inventare. Era il nostro rifugio, il nostro punto di riferimento, il nostro appoggio nelle difficoltà. Lo amavamo con discrezione, poichè era una persona riservata e schiva, che preferiva agire più che parlare.
Se n'è andato velocemente, senza darci la possibilità di rallentare la malattia.
Ti voglio bene, babbo. Mi manchi. Ti porterò per sempre nel mio cuore. Perchè io sono uguale a te, alla fine.
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lunedì, marzo 09, 2009

Pura accademia, neh!

Lo incrocia mentre gira per casa come una trottola impazzita, con le braccia cariche di panni da stirare. Lui, noncurante, le schiocca un bacio sulla guancia e poi si siede sul divano. Poco dopo, mentre lei sbuffa tentando di cambiare le lenzuola del lettino con le sbarre di Pippi e smadonna per i lenzuolini troppo corti, lui fa' capolino dalla porta della cameretta e poi si defila.

- Ehi, tu!

- ... eh?

- Scusa, sai...ma vorrei chiederti... pura accademia, neh! Lungi qualsiasi intento polemico, sia chiaro...

- Si'?

- Ma tu, passi di qua e mi vedi che sbuffo e sudo e bestemmio... ma non ti viene in mente di chiedermi se ho bisogno di aiuto o - al limite - di provare ad aiutarmi proprio? Ma perchè voi uomini fate sempre finta di niente? 

- Vuoi la verità?

- Certo.

- Beh, non è che facciamo finta di niente, è che preferiamo non impicciarci. Se non ci chiedete di aiutarvi, allora vuol dire che riuscite a farcela da sole.

- ...

 

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sabato, marzo 07, 2009

La donna che pensava troppo.

C'era una volta una donna che si vantava di avere mille e mille pensieri, tutti profondissimi e importanti, tutti di vitale importanza, tanto che a partire dai suoi familiari, secondo lei un sacco di persone confidavano nel suo innato senso pratico per risolvere beghe e problemi ingarbugliatissimi.

Lei si faceva in quattro, in cinque e pure in sei per risolvere le necessità di tutti, a volte anticipandole, e questo solo per sentirsi dire quanto fosse straordinariamente fondamentale nelle vite di tutti.

L'unico inconveniente dell'incamerare tutti questi dati era un costante e fastidioso mal di testa. Arrivava a fine giornata facendo la rassegna delle pratiche evase e di quelle da risolvere e le somme non tornavano mai: troppo poche le prime e ancora molte le seconde.

Voleva risolvere i problemi del mondo, ma non sapeva che avrebbe fatto meglio a preoccuparsi un po' più di se' stessa.

Una mattina, svegliandosi, notò che il suo mal di testa era migliorato. Compiacendosene si toccò la tempia sinistra, quella che le doleva sempre, e sentì un bozzo. Era forse un bernoccolo?

Si guardò allo specchio e fece un salto all'indietro dalla sorpresa. In effetti c'era una piccola tumefazione - oddio, mica tanto piccola - ma aggiustandosi i capelli poteva nasconderla.

Le settimane seguenti furono campali. Problemi su problemi, quesiti, domande, preoccupazioni, perfino qualche mezzo spavento. E la fronte cominciò a riempirlesi di bozzi e bozzetti. Quando alla fine non riuscì più a nasconderli sotto l'acconciatura, cominciò ad indossare cappelli a tesa larga, atteggiandosi a donna di mondo, molto "a la page".

Nel frattempo il mal di testa era ritornato, molto più fastidioso ed insistente di prima. A volte si svegliava di notte e vedeva i suoi bernoccoli pulsare. E il giorno dopo ne scopriva uno nuovo di pacca.

Ma lei doveva farsi forte per il bene degli altri e andare avanti, sempre avanti tre passi rispetto a tutti, perchè così era ed era sempre stato e non poteva deludere chi gli si affidava con così tanta fiducia.

Un giorno scopri che i suoi inusuali cappelli non le entravano di più. Tutta la circonferenza della sua testa era aumentata in maniera spropositata.

"Povera me", pensò, "e adesso come faccio?"

Ma era una donna dalle mille risorse e con la scusa della moda sempre in evoluzione, si comprò uno scafandro e lo indossò in ogni occasione ufficiale.

Poichè era ritenuta intelligentissima, anche se un poco originale, questo look venne accettato senza grosse discussioni.

In realtà cominciò ad uscire sempre meno, diradando le visite e trovando scuse su scuse - essendo piena d'inventiva era bravissima in questo e ogni sua motivazione era piena di grazia e di un fondo di credibile verità. Ma non per questo si tirava indietro dal dispensar consigli e soluzioni. Era un lavoro ingrato, lo sapeva. Ma come avrebbero fatto senza di lei?

Oramai indossava lo scafandro anche dentro casa, per comodità, diceva lei. Per non vedere la realtà, diciamo noi.

Una domenica sera, alla fine di una terribile settimana di passione - la crisi economica, le guerre in atto, il gatto dei vicini che si era rinchiuso nella lavatrice e "signora mia, non mi sono accorta e ho fatto partire anche la centrifuga; pensi che avevo messo appena allora l'ammorbidente: secondo lei il pelo del mio Pallino rimarrà soffice anche con il rigor mortis?" - volle togliersi lo scafandro, per avere un po' di sollievo a quel testone ipertrofico che oramai si portava sul collo.

Ma lo scafandro rimase ben sistemato al suo posto. Tira che ti tira, scuoti e sposta, quel maledetto non ne volle sapere. Niente da fare. Sospirò. Se questa era la sua croce, l'avrebbe portata fino in fondo. Per il bene dell'umanità.
Si sistemò un auricolare dentro lo scafandro (per sentirci meglio) e continuò ad essere a disposizione di tutti.

In breve si sparse la voce di questa incredibile signora che vaticinava nella penombra del suo soggiorno, indossando uno scafandro da palombaro e un'ampia vestaglia damascata. Certo, la sua testa aveva dimensioni leggermente anomale, ma d'altra parte possedeva una tale capacità di giudizio, una chiarezza d'analisi da far impallidire filosofi, giudici e opinionisti da bar. Sull'aspetto si poteva soprassedere.

Una lunga fila di pensionati, casalinghe, bambine con le treccine, bambini col moccio al naso, mariti traditi, amanti trascurate, malati immaginari, manager trombati e operai in mobilità si formò davanti all'uscio di casa sua.

Instancabile, lei ascoltava tutti, si segnava i punti salienti e pensava, pensava, pensava finchè, spremendosi allo spasimo le meningi, non partoriva il rimedio perfetto.

Lo scafandro stringeva sempre di più, sempre di più.  Qualche luminare si era offerto di operarla, ma lei aveva sdegnosamente rifiutato. Era la sua divisa ormai, diceva. In realtà aveva paura di constatare quanto si fosse dilatata e deformata la sua testa.

E poi un chiaro pomeriggio d'inverno, dopo una seduta straordinaria col sindaco e la giunta al completo seduti sui suoi divani a discutere della viabilità del centro storico

BUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUM!

lo scafandro schizzò alto nel cielo bucando il soffitto. 

Ci fu chi pensò ad un attentato, una bomba, un fulmine, fuochi d'artificio fuori stagione, una fuga di gas, un razzo in partenza, un meteorite in arrivo: in sostanza tutti si presero un gran spavento e scapparono a gambe levate.

"Ah, che sollievo! Non ne potevo più di quello strettume! Povera, povera la mia testa! Lo dicevo io che prima o poi mi sarebbe scoppiata!", pensò la donna.

E nel dire questo, si toccò dove prima c'era la fronte. E dove prima c'erano i capelli. E gli occhi, gli zigomi, la nuca, il naso, la bocca. Trovò soltanto il collo, ma poichè non aveva più cervello - e quindi pensieri - non si preoccupò più di tanto, e visse felice e leggera per il resto della sua vita.

Senza nemmeno l'ombra di una preoccupazione.

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domenica, febbraio 22, 2009

La bambina che voleva visitare il mondo.

C'era una una volta una bambina, che voleva visitare il mondo.

Voleva visitarlo proprio tutto, dal primo angolino all'ultimo, e vedere ogni cosa si potesse vedere; e voleva conoscere ogni persona che che si potesse conoscere e vivere ogni vita con cui si potesse venire a contatto.

Ben presto si rese conto che non le sarebbe bastato tutto il tempo dell'universo per farlo, primo perchè non esisteva ancora il teletrasporto, secondo perchè le persone nel mondo sono milioni di milioni, come le stelle nel cielo, e forse anche qualche miliardo e forse di più, e ce ne sono moltissime - in percentuale - con le quali non conviene affatto venire a contatto. Terzo, era ancora una bambina e non poteva viaggiare senza un accompagnatore. E dove esisteva mai un compagno di viaggio che volesse conoscere come lei il mondo tutto intero?

Come fare? Che cosa inventare? La bambina era divorata dalla sua sete di conoscenza e non si dava pace di non poter partire immediatamente e di dover aspettare di avere almeno sedici anni per un biglietto Inter-Rail.

Aveva provato ad appostarsi agli angoli delle strade vendendo fiammiferi, per vedere se passava per caso un circo e la portava via con se', ma i tempi erano difficili e gli ambulanti e gli zingari giravano al largo dalle città, sia pure per bersi un caffè al bar.

Così, siccome era una bambina tecnologica, tornò a casa ed accese la radio: ma il rumore delle stazioni più lontane era così gracchiante e poi non si vedevano le immagini!

Allora provò col telefono: alzò la cornetta e compose numeri a caso, coi prefissi più strambi e lunghi che si potessero immaginare. Certo, qualcuno rispondeva, qualcun altro no; ma chi li capiva? Avrebbe dovuto conoscere anche tutte le lingue del mondo.

Prese il telecomando, si sedette in poltrona e fece il giro di tutti i canali televisivi: isole famose, documentari fantastici, grandi fratelli e sorelle, politici che facevano i comici e comici politicizzati, telegiornali che spettegolavano delle celebrità e celebrità che commentavano le notizie; ma il mondo vero dove era?

Scoraggiata, spense tutto e si chiuse in camera sua per una settimana intera. Forse il mondo non era tutto questo granchè che aveva immaginato nella sua testa. Forse vivere una vita sola era più che sufficiente e il tragitto da casa a scuola abbastanza interessante per una bambina come lei.

Passarono gli anni e la bambina crebbe vivendo nella sua piccola città di provincia. Ogni tanto le arrivavano echi di fatti accaduti in città più grandi della sua o magari in altre nazioni. I padri di alcune compagne di scuola portavano, dai loro viaggi di lavoro, regali introvabili nei negozi cittadini.

Col tempo si prese le sue piccole soddisfazioni: addirittura, durante una vacanza in montagna, arrivò a calpestare il suolo austriaco mettendo un piede al di là della linea di confine. Lei, che si vedeva già in cammino verso Vienna, si fermò un attimo di troppo a fantasticare sulla Sacher Torte e la Principessa Sissi, appoggiata al suo piede trans-frontaliero. Poi però arrivò una guardia col fucile che le intimò di riprenderselo e di tenerlo ben piantato sul suolo patrio, che la Comunità Europea ancora non l'avevano inventata.

Diventata ragazza e poi donna, cominciò a lavorare in un ufficio. Nell'ufficio c'era un piccolo computer. Scoprì internet. E tutti quei miliardi di mondi e di vite che aveva sempre sognato di conoscere le apparvero improvvisamente a portata di mano.

Come fare per prenderseli? Rimaneva sempre il limite del tempo e, ahimè, anche se erano passati molti anni da quando era bambina, il teletrasporto era pur sempre un miraggio. E per di più, viaggiare adesso costava un occhio della testa, a volte pure due.

Pensa che ti ripensa, pensa che ti ripensa, pensa che ti ripensa: una soluzione doveva esserci, che sarebbe diventata troppo vecchia per muoversi, se avesse aspettato ancora.

Pensa che ti ripensa, pensa che ti ripensa, pensa che ti ripensa...

Ed ecco che ebbe un'intuizione: accese di nuovo il computer, trovò in un sito di voli low cost e andò in culo a tutti.

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giovedì, febbraio 05, 2009
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martedì, febbraio 03, 2009

Che rumore fa la felicità.

Come va? No, non chiedetemelo. Problemi e grossi pensieri in famiglia, rogne e rognette al lavoro, giramenti di scatole, fatica, sonno, stagione pessima, voglia di cambiamento, voglia di scappare su un'isola deserta e dormire, dormire, dormire... senza nemmeno pensare di portarsi dietro un Brad Pitt qualsiasi per far ginnastica.

Però stasera, mentre caricavo la lavapiatti come tutte le sere e il marito metteva a letto Pippi cantandogli l'inno della Torre, mi domandavo che rumore fa la felicità. E' silenziosa, te lo dico io, e arriva quando meno te l'aspetti. E' negli occhi e nel sorriso del tuo bimbo mentre gioca, negli abbracci a sorpresa di tuo marito, nella tazza del caffellatte la mattina, prima di ripartire per una giornata lunghissima, nel piumone che ti avvolge e ti riscalda a fine giornata, nella pioggia fuori e tu dentro a ticchettare su una tastiera, nella gioia per il raggio di sole che ha illuminato la vita di un'amica, nelle telefonate quotidiane di chi ti vuole bene anche se non te lo dice mai, nel pensiero che sei amata. E che ami, se pure in maniera non convenzionale, con mille tipi d'amore diversi che non credevi potessero esistere, e questo ti rende viva.

No, la felicità non è sturm und drang; o meglio, potrebbe, magari lo è per brevi periodi, ma non sono i picchi a rendere la completezza e la pienezza della felicità, ma il susseguirsi di avvenimenti apparentemente senza senso, che si ripetono all'infinito nella nostra vita (o almeno nella mia) e ci danno la certezza di star andando per la strada giusta.

Il Pippi ha sicuramente un peso di tutto rilievo. Grazie a lui si superano gli ostacoli, si pensa oltre, le piccinerie ci fanno un baffo e tutto ruota intorno a questo mini-sole del nostro sistema solar-familiare.

Perchè vedete, sarà importante la politica estera, il debito pubblico, la lotta alla mafia, chi si è trombato chi al Grande Fratello, ma io ho questo piccolo uomo di ottanta centimetri e spiccioli che mi gira per casa e scusatemi se non trovo il tempo per discutere sulle ultime proposte primavera-estate 2009. Adesso, per esempio, dobbiamo imparare a fare le capriole. E' una cosa importante, importantissima. Almeno finchè abbiamo il baricentro basso e questo incredibile senso dell'equilibrio non possiamo prescinderne assolutamente.

E poi, visto che i denti ci sono oramai quasi tutti, tranne qualche trascurabile buchetto vuoto qua e là, è d'uopo prendere in mano lo spazzolino non solo per darselo nelle parti basse - sopra al pannolino, eh - in stile Tafazzi. E i baci! Ah, quasi mi dimenticavo: dobbiamo impare a dare i baci! Tanti, tantissimi baci, anche col risucchio, anche sbavettosi, anche soffiati sulle manine, senza confonderci con le pernacchie che ci vengono così bene.

Allora, dicevamo? Come va? No, non chiedetemelo, perchè potrei scandalosamente rispondere che - nonostante, sebbene, a parte e a prescindere da tutti i problemi veri e reali di quest'ultimo periodo - io sono felice.

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